Anniversari

234, Riverside Drive
234, Riverside Drive

no, nessun anniversario personale. ma in questi giorni una notizia mi ha fatto ripensare all’anno passato insieme a questo libro. Un anno passato insieme nel vero senso della parola, visto che mi trovavo in un paesetto del sud-ovest della Germania (avete presente Berlino? ecco, non c’entra niente) con poco altro da fare a parte leggere e capire Jahrestage, di Uwe Jonhson.

Impresa non da poco: i quattro tomi ammontano a circa duemila pagine, e Johnson è uno degli autori più complessi della letteratura tedesca del novecento. Di Anniversari è stato tradotto in italiano il primo volume nel 1972, a opera di Bruna Bianchi; nel 2002 Feltrinelli decide finalmente di pubblicare l’opera completa, di cui a oggi sono usciti i primi due volumi. Non conosco la nuova traduzione di Delia Angiolini e Nicola Pasqualetti (ma ne ho letto un gran bene), ma qualcuno mi spieghi per favore perché il titolo è diventato “I giorni e gli anni”. Forse perché Jahre significa anni e Tage giorni? Boh.

Il mio obiettivo, nell’anno scolastico 1994-95, era scrivere una parte della tesi, sull’immagine dell’America negli Jahrestage di Uwe Johnson. Bella forza: è ambientato a New York. Più precisamente, nella casa della foto qui sopra, il 234 di Riverside Drive, nell’appartamento al terzo piano in cui anche Johnson aveva vissuto e in cui la protagonista abita con la figlia.

Gesine Cresspahl viene dalla DDR, fa l’interprete, legge il New York Times tutte le mattine. Il Times è affidabile, serio, come una vecchia zia. È rassicurante. E le dà modo, giorno per giorno, di ricostruire per la figlia Marie la storia dei Cresspahl e della Germania: un infinito mosaico di rimandi, ricordi e congetture che fa di Jahrestage un’opera immensa, per estensione e profondità. Gesine dialoga con la figlia, dialoga anche con Johnson, fa risuonare la voce di suo padre. Dialoga con il Times, che ogni giorno riporta le notizie dal fronte (siamo nel 1968) vietnamita.

Nel nulla di Merzig (Saar), quel filo che univa la New York del 1968 al Mecklenburg-Vorpommern del periodo nazista diventò comodamente un bozzolo da cui non avevo la minima voglia di uscire (duemila pagine, hai voglia a crogiolarsi). Jahrestage è quel genere di lettura che dopo aver chiuso il libro ti lascia zitta per un paio d’ore, e ti fa cercare posti come un treno per potertene stare per conto tuo a meditare (tanto di paesaggio da vedere nel Saarland ce n’è pochino, con tutto il rispetto).

Ecco: la lettura di Jahrestage è stata la cosa più vicina alla meditazione che abbia mai fatto nella mia vita. Quando poi l’anno dopo sono riuscita ad andare a New York, sono andata in pellegrinaggio a Riverside Drive per fotografare il palazzo. Altro che ritiro spirituale. Qualche tempo dopo, al Goethe, proiettarono lo sceneggiato tratto dal libro, diretto da una Margarethe Von Trotta per una volta tanto non in versione macigno. I lettori di Jahrestage si riconoscevano subito in sala, erano quelli con i lacrimoni.

Ora non sarei più capace di rileggerlo in tedesco come allora, guardando il vocabolario solo di tanto in tanto (ebbene sì, ero una scheggia), ed è un vero peccato, ma forse forse riesco a convincermi a provare questa nuova traduzione. La letteratura critica su Johnson è sterminata, qui sotto riporto solo qualche link per i curiosi.

Ah: la notizia che ho sentito riguarda il New York Times. Pare che la versione cartacea presto non uscirà più. Peccato.

articoli su Uwe Johnson (non sono assolutamente esaustivi, sono solo tre articoli recenti che mi sono piaciuti):

Giuseppe Genna su Uwe Johnson

“L’infinita congettura” di R. Saviano

“Arrivare a Johnson e tornare indietro” di Giuseppe Genna, con un articolo di Anna Chiarloni

3 pensieri su “Anniversari

  1. Cara Vale,
    come sai non ho letto il _tuo_ libro, lettura rimandata ad un futuro possibile, ma non certo.
    Vidi con te al Goethe lo sceneggiato di Margarethe Von Trotta, ricordi?
    Mentre scorrevano i titoli di coda l’ultima sera rimasi in silenzio, io che non m’azzitto mai, e feci scorrere tutte le lacrime a disposizione.
    Anche la sola condizione di spettatrice bastò.

    Mi chiedo, a volte, se questo non sia uno dei tratti distintivi della letteratura/cultura tedesca: portare al silenzio, perché non è proprio possibile aggiungere altro a quanto è stato detto e mostrato.

    Ciao
    E.

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