Woyzeck

Le Damigelle Letterate, un gruppo di lettura un po’ d’antan che ha sede su Facebook (suvvia, suvvia, ancora con i salotti?) ha discusso Woyzeck di Georg Büchner come primo dei classici in programma. Quella che segue è la discussione integrale. Enjoy.

Federica Aceto ha scritto alle 9.58 del 19 febbraio 2009
allora, la traduzione che ho letto io, nella edizione adelphi, non è di magris ma di tale g. dolfini, ed è mostruosa. è stato uno strazio leggerlo. ricordavo di aver letto e amato büchner per l’esame di tedesco 2 o 3, non ricordo, e leggendolo in questa versione ho faticato a ricordarmi il motivo per cui l’avevo tanto amato.
scusate se apro così la discussione, con questo contributo misero che è solo una critica alla traduzione senza nemmeno esempi ad avvalorare il mio sdegno (ho restituito il libro in biblioteca e non ho preso appunti). ma vado un po’ di corsa. a dopo per discorsi più approfonditi

Elena Doria ha scritto alle 13.35 del 19 febbraio 2009
ragazze, oggi pomeriggio mi metto a scrivere su Woyzeck. faccio una proposta: se la discussione ci piace, insomma se ne esce qualcosa che ne dite di pubblicarlo tutte sui nostri blog? a me piacerebbe

Elena Doria ha scritto alle 13.45 del 19 febbraio 2009
Iniziamo con il parlare d’ammmore e della figura di Marie.
Il commento delle mie studentesse, l’anno scorso, in classe fu: ’sta zoccola. non scherzo. ci rimasi come voi adesso. e adesso come la mettiamo?

Valentina Daniele ha scritto alle 14.12 del 19 febbraio 2009
care, ammetto subito che non ho riletto di recente Woyzeck, e che baserò qualsiasi commento (ammesso che sia in grado di farne…) sulla memoria. Però la proposta di Elena mi piace, sono sempre pronta a pubblicare cose altrui🙂

Chiara Manfrinato (Italy) ha scritto alle 16.54 del 19 febbraio 2009
al volo, per dire che partecipo, ma che ho bisogno ancora di due o tre giorni.

[Elena Doria pubblica Woyzeck part 2 ( engl subs ) HQ (vedi sopra) da Woyzeck di Werner Herzog – 1979, il commento di Valentina Daniele che segue si riferisce al testo che accompagna il video su youtube. Didascalia di ED: La scena in cui appare per la prima volta il personaggio di Marie nel frammento (Georg Büchner come saprete morì prima di aver completato l’opera, a 24 anni) si chiama “DIE STADT” (G. Büchner, Woyzeck, Ein Fragment, Reclam, 1985, p. 6) ]

Valentina Daniele ha scritto alle 17.05 del 19 febbraio 2009
mi piacerebbe sapere come avrebbe fatto büchner a ‘nod towards Becket (sic) and Brecht’ senza disporre di un Tardis…

Elena Doria ha scritto alle 17.43 del 19 febbraio 2009
Marie nella scena DIE STADT, dalla finestra guarda il bel tamburmaggiore. E lui guarda lei, che ha il figlio in braccio e al quale canta una canzone. Lo chiama Hurenkind (figlio di puttana) parlando di sé, evidentemente.
Nella traduzione italiana il testo della canzone (un Volkslied) è incompleto. Dolfini o chi per lui ha tagliato.
Una come lei ha un figlio ma non un marito e non ha nulla da pretendere. Bere del buon vino e cantare, ecco quello che può fare.

Elena Doria ha scritto alle 10.15 del 20 febbraio 2009
ragazze, sono in imbarazzo, cosa faccio continuo? da sola?

Chiara Manfrinato (Italy) ha scritto alle 11.04 del 20 febbraio 2009
io, onestamente, ho detestato il woyzeck e sto facendo fatica a seguirvi.
da lunedì, finito un lavoraccio, mi aggrego volentieri alla discussione.

Elena Doria ha scritto alle 12.52 del 20 febbraio 2009
la discussione potrebbe nascere da qui. Chiara perché hai detestato Woyzeck?

Chiara Manfrinato (Italy) ha scritto alle 13.27 del 20 febbraio 2009
Bella domanda, Elena…
Credo di averlo detestato, prima di tutto, per la struttura – troppo frammentaria per i miei gusti (ok, ho letto anche tutti gli apparati, con tanto di notazioni filologiche sulle varie stesure, ricostruzioni e quant’altro, ma non è bastato). Ma questo è il meno.
In generale, mi è sembrato un testo affrettato. Voglio dire, la storia di un uomo che uccide per gelosia, di per sé, non mi pare particolarmente interessante. Tra l’altro, la psicologia del protagonista è, a mio avviso, liquidata troppo frettolosamente. Si capisce fin dall’inizio che non sta bene e, se ce lo dovessimo dimenticare, ce lo ricordano a più riprese gli altri personaggi, ma boh… Insomma, mi pare basti troppo poco a scatenare la furia (prima della gelosia e poi dell’omicidio).
E, a pensarci bene, trovo affrettati tutti i personaggi che mi sembrano più che altro tipi, dal primo all’ultimo.
Magari non ho capito niente del Woyzeck, però…

Elena Doria ha scritto alle 14.22 del 20 febbraio 2009
Hai ragione quando dici che la struttura è frammentaria. Lo ricordavo, Büchner è morto prima di finirlo e non sappiamo nemmeno se l’avrebbe finito o buttato via se fosse rimasto in vita.
Büchner si basò su un fatto realmente accaduto. Johann Christian Woyzeck è davvero esistito. Era un apprendista parrucchiere (nel senso che faceva le parrucche) disoccupato, aveva 41 anni e nell’estate del 1821 uccise la sua amante, la vedova Johanna Christiane Woost, a coltellate. Arrestato venne sottoposto a perizia psichiatrica. Johann Christian Woyzeck era ridotto in miseria, viveva sotto il cielo aperto, in aperta campagna e si recava in città, Lipsia, solo per cercare qualcosa da mangiare. Vari conoscenti testimoniarono che la sua personalità era disturbata, cambiata, sofferente. Il caso fece clamore all’epoca. Si formarono due partiti: il primo di quelli che giustificavano l’omicidio, il secondo di chi non vedeva attenuanti. J.C.Woyzeck, ad ogni modo, venne giustiziato.

Chiara Manfrinato (Italy) ha scritto alle 14.28 del 20 febbraio 2009
nella “mia” versione, quella tradotta da magris e pubblicata da marsilio, in appendice ci sono anche dei documenti sul caso storico, per esempio le perizie psichiatrice fatte al vero woyzeck…

Elena Doria ha scritto alle 14.34 del 20 febbraio 2009
La discussione non finì lì. Per anni, su riviste mediche, si continuò a discuterne.
Büchner si basò anche su un altro fattaccio. Un soldato di Darmstadt aveva preso a sciabolate il suo superiore quando questi l’aveva svegliato di colpo mentre dormiva. Il soldatino venne dichiarato innocente e il superiore condannato a 14 gg. di arresto per aver aggredito un sottoposto.
Ricordiamoci che Büchner era figlio di un medico e a sua volta uno scienziato, con tanto di cattedra. Certi casi gli erano noti e il nome Woyzeck, appunto, non è casuale.

Elena Doria ha scritto alle 14.39 del 20 febbraio 2009
Chiara, cosa intendi per “psicologia” di Woyzeck (personaggio adesso)? Non è né retorica, né polemica la domanda.
Woyzeck non sta bene e questo è un fatto. Penso che Büchner abbia voluto proprio scrivere del malessere e di come i vari personaggi hanno approfittato, deriso, non compreso, ecc., detto malessere.
Mi fermo che mi rendo conto di essere “troppa”.

Chiara Manfrinato (Italy) ha scritto alle 16.10 del 20 febbraio 2009
elena, leggevo anche di un altro caso il cui processo si svolse a strarburgo, proprio quando buchner (scusate l’assenza della dieresi) viveva lì… ma, in tutta onestà, di solito quando leggo un romanzo o una pièce teatrale, ho un approccio tutto (o quasi) interno, nel senso che per me un’opera letteraria (pure se è legata al mondo, a ciò che extratestuale – e ogni opera letteraria, in un modo o nell’altro, lo è) vale in sé o in sé dovrebbe valere… non so se mi sono spiegata…

Chiara Manfrinato (Italy) ha scritto alle 16.14 del 20 febbraio 2009
questione “psicologia”… provo a spiegarmi.
intanto sì, ovviamente mi riferisco a woyzeck personaggio.
sta male, ok. e da questo malessere (di cui poco o niente noi lettori o spettatori sappiamo) sfocia, per concausa di eventi, nell’omicidio, no? ma qual è il percorso? insomma, per me, è tutto molto nebuloso. ho avvertito, ma forse è un problema mio, la totale assenza di un’evoluzione, di uno svolgimento, se vogliamo. ecco, io nel woyzeck (testo) ho trovato un’inizio e una fine, ma mi è mancata la parte centrale (che ho chiamato, alternativamente, percorso o evoluzione).

Elena Doria ha scritto alle 18.30 del 20 febbraio 2009
Certo che un’opera ha o non ha una valenza in sé, le informazioni extratestuali non servono alla valutazione (mi piace/non mi piace, mi dice/non mi dice) ma alla comprensione della posta in gioco. La nostra Woyzeck si chiama. Un po’ come se adesso qualcuno scrivesse una pièce (scusatemi) dal titolo “La mamma di Cogne”.
Büchner in Woyzeck voleva proprio rappresentare il malessere. Il malessere di un soldato oggetto di studi (pseudo)scientifici e delle angherie dei suoi superiori. Causato da questi? o no?
La scelta di un poveraccio (ich bin ein armer Kerl – dice di sé W.) è il punto. Può permettersi un poveraccio di soffrire di malessere psichico? e Marie? di ballare ed essere bella come le signore?

Chiara Manfrinato (Italy) ha scritto alle 20.11 del 20 febbraio 2009
d’accordo. le informazioni extratestuali servono a comprendere, ma – secondo me, col valore che può avere un’opinione personale – un’opera deve essere compita in sé, senza cercare di “farsi compiere” dal contorno. il caso di woyzeck è particolare, ovviamente, visto che non è un’opera compiuta a causa della morte prematura dell’autore.
detto questo, mi ricollego a quello che scrivi, elena. secondo me, büchner non è riuscito a rappresentare il malessere del personaggio. ma soprattutto non capisco il resto. cioè, si sceglie di soffrire di malessere psichico? si sceglie di poterselo permettere o meno? woyzeck sta male (e qui si potrebbe anche aprire la parentesi perché, il “vero” woyzeck fu – se non sbaglio – ritenuto in grado di intendere e di volere, in pieno possesso delle facoltà mentali, quando uccise) e, come scrivevi prima, è un fatto. così come è un fatto che gli altri sono consapevoli del suo malessere ma, in qualche modo, lo sottovalutano e lo minimizzano [continua][segue] (penso, per esempio, alla scena in cui woyzeck fa la barba al capitano).
marie è un’altra storia e mi è sembrato l’unico personaggio che agisca davvero. e agire significa scegliere. sceglie di essere quello che è, quella che è. non sceglie certo di essere bella ma di mostrarei la sua bellezza, sceglie di accettare orecchini in dono, di bere vino e ballare.

Elena Doria ha scritto alle 9.29 del 21 febbraio 2009
carissime, oggi non ci sono. a stasera

Federica Aceto ha scritto alle 16.12 del 21 febbraio 2009
oddio no!!!!!
facebook maledetto mi ha cancellato un post lunghissimo. dunque, mi armo di pazienza e riassumo. dicevo: woyzeck è stata una mia proposta perché all’epoca dell’esame di tedesco per il quale l’ho dovuto studiare mi era piaciuto tantissimo. e ora, quasi vent’anni dopo, mi trovo in sintonia con le perplessità di chiara. non capisco più perché l’avevo amato così. del problema della traduzione già ho parlato. la versione di dolfini è quanto di meno teatrale si possa immaginare. dove dovrebbe essere colloquiale ha degli arcaismi settentrionaleggianti che la invecchiano in maniera irrimediabile. e spesso è gratuitamente sgrammaticata, fino quasi a diventare ambigua: alcune frasi semplicemente non si capiscono. ma, traduzione a parte, come dice chiara, manca l’evoluzione del personaggio. d’accordo, l’opera è frammentaria per forza di cose, data la prematura morte dell’autore. (continua)
(segue) ma il problema è che quello che abbiamo, che non è comunque pochissimo, non mostra l’evoluzione o l’involuzione del personaggio. uno dei motivi che mi hanno portato a scegliere di lavorare in carcere è stato anche quello di voler stare a contatto con persone che normalmente non incontriamo e che consideriamo distantissime da noi. perché anche se io, voi, la gente che frequentiamo, pensa che non commetterà mai nella vita un crimine atroce, per incapacità o per scelta, io sono convinta che è sottilissimo il confine tra la normalità (con tutte le virgolette che abbiamo a disposizione) e la devianza. e sono anche convinta che sia più utile alla crescita dell’anima (di chi pascola nel campo della normalità e di chi pascola in quello della devianza) concentrarsi sui punti di contatto fra questi due mondi apparentemente agli antipodi. (continua)
(segue) e io credo che questa opera non permetta al lettore o allo spettatore di incontrare il suo woyzeck interiore e guardarlo in faccia per domarlo, esorcizzarlo, per amarlo e riportarlo alla ragione (non quella arida dei lumi rappresentata dal dottore). è un appuntamento mancato.

Chiara Manfrinato (Italy) ha scritto alle 11.29 del 22 febbraio 2009
ricollegandomi a quello che ha scritto fede, confesso quello che ho in punta di polpastrelli da giorni. leggendo il woyzeck è stato inevitabile per me fare confronti con delitto e castigo. il tema di fondo è piuttosto simile, in effetti. e per quanto io non abbia amato particolarmente le vicende (né le elucubrazioni) di raskolnikov, mi pare che dostoevskij sia riuscito proprio lì dove buchner ha fallito.

Barbara Ronca (Italy) ha scritto alle 14.01 del 22 febbraio 2009
care tutte, io sono d’accordo con federica, in sostanza.
il testo è scivolato via velocissimamente, l’ho letto in una mezza giornata, e devo dire che non mi è rimasto molto.
sicuramente è anche colpa della traduzione, perché a volte, mentre cercavo di immedesimarmi nella vicenda, di apprezzare una frammentarietà, un’incompiutezza che potevano essere una tensione verso qualcosa, mi ritrovavo esclamazioni come:
cribbio, woyzeck! ci ho anche io carne e sangue!
o: porco mondo! credete che ho accoppato qualcuno?
che mi facevano cascare le braccia.
(continua)ora, riguardo al primo esempio: è ovvio che quel cribbio è ormai termine abusato, e ben sappiamo da chi, quindi io lo leggo con pregiudizio e lo giudico male a prescindere, però è anche vero che, per venire qui a dirvi qualcosa sugli altri elementi che non siano la resa in italiano mi son ritrovata in difficoltà, perché ho avuto, forte, la sensazione che quest’opera non scavi mai abbastanza in fondo per vedere la verità.
e se un’opera frammentaria, incompleta, breve, non mi fa vedere (o io non sono in grado di vederlo, per carità) uno squarcio di verità, il mio cervello proprio non riesce a trattenerla.

(continua)capisco quando elena dice che buchner voleva parlare di malessere, e della non-comprensione che esso incontra in una società sorda alle richieste di aiuto di chi si è perduto, ma non credo sia sufficiente a fare di questo testo un “grande” testo.
però questa grandezza ci deve essere, almeno in parte, perché altrimenti non sarebbe tanto considerato; evidentemente io non riesco a vederla. a elena, e a chi l’ha amato, chiedo quindi: dov’è la grandezza di quest’opera? forse io, per un pregiudizio, l’ho affrontato come una cosetta di poche pagine che doveva darmi chissà cosa, e non ho colto le sfumature; e quindi, che cosa mi sono persa? a cosa dovevo porre attenzione? magari rileggendolo in un’ottica diversa posso cambiare idea.

Valentina Daniele ha scritto alle 15.51 del 22 febbraio 2009
carissime, sono in un mare di lurido fango con una consegna impossibile. credo che l’opera di büchner sia da amare in blocco, ma ora non posso dire perché… giuro che dopodomani ve lo dico!

Elena Doria ha scritto alle 16.02 del 22 febbraio 2009
E intanto io cara vale provo a difendere la posizione di chi, come me e te, continuerà a vita a considerarlo un _grandissimo testo_ teatrale.
Sulla lingua e la traduzione: la traduzione di dolfini è del 1966. non dimentichiamolo. sicuramente si farebbe meglio _oggi_. la lingua originale, tedesca, è una lingua povera, perché parlata da persone povere, analfabete. e Büchner è riuscito perfettamente nel suo intento. ha messo in scena la tragedia di un sottoproletario (perdonate l’espressione vetero), di un armer Kerl che come tale parla. lo stesso per Marie.
ragazze non confondete la povertà del linguaggio dei personaggi con la povertà della lingua di Büchner. sapeva ciò che faceva il mio _amatissimo_ Georg.

Elena Doria ha scritto alle 16.17 del 22 febbraio 2009
cito Barbara: “non mi fa vedere (o io non sono in grado di vederlo, per carità) uno squarcio di verità”.
la verità sul malessere? frutto di un processo psichico interiore che porta una persona a commettere un omicidio, e/o dei condizionamenti culturali (Woyzeck parla come fosse un catechizzato) e sociali. possiamo dirla una verità sul malessere? Büchner pensa di no. pensa proprio che non ci sia una verità da dire. mette in scena un processo frammentario, sconnesso. mette in scena il malessere – non rivela verità. se rileggete il testo, ma proprio ci restate attaccate alle parole, una per una, vi scoprirete una violenza enorme. violenza subita e agita. gli stereotipi del capitano e del dottore sono violenza pura. o almeno cosí la vedo io. nell’edizione adelphi i tagli si sprecano. (ma che cavolo…) la lingua è difficile difficilissima e il problema è stato risolto tagliando un po’ qui e un po’ là.
Nella scena Dal Dottore che nel testo in lingua originale (op.cit.) è la IV troviamo il dialogo:
W.:Ja die Natur, herr Doktor, wenn die Natur aus ist
Dkt.: Was ist das, wenn die Natur aus ist?
W.: Wenn die Natur aus ist, das ist, wenn die Natur aus ist. Wenn die Welt so finster wird, daß man mit den Händen an ihr herumtappen muß, daß man meint, sie verrinnt wie Spinnenweb (continua)(segue) W.: Das ist so, wenn etwas ist und doch nicht ist, wenn alles dunkel ist und nur noch ein roter Schein im Westen, wie von einer Esse. Wenn (schreit im Zimmer auf una ab)…
Dkt.: Kerl, Er tastet mit seinen Füssen herum wie mit Spinnfüßen.

Allora, “il mondo che si disfa come una tela di ragno” “l’oscurità che fa muovere a tentoni” e “il sole al tramonto – unica luce rimasta – come i pochi tizzoni accesi prima che diventino cenere” (sto facendo una parafrasi _non una traduzione), sono le immagini che un analfabeta dice per descrivere il malessere. e io a leggerle e sentirle, mi commuovo ancora.

Chiara Manfrinato (Italy) ha scritto alle 18.56 del 22 febbraio 2009
chissà cosa intende barbara quando parla di verità? escludo che si tratti di un giudizio da parte dell’autore, di qualcosa che possa somigliare, in parte, al verbo rivelato o simili. immagino (correggimi se sbaglio) che cercasse – come chiunque si avvicini a un “grande” testo – un pizzico di universalità. seguendo questa stimolante discussione, più ci penso più trovo ragioni per cui il woyzeck non mi è piaciuto. una, che va ad aggiungersi alle altre, è proprio questa: non mi è parso un testo universale, ma invece molto calato in una determinata realtà (nel tempo, forse, in quel tempo). [segue]
[continua] forse, il woyzeck è un grande testo per quello che rappresenta nella cornice della storia della letteratura tedesca (immagino abbia tentato, percorso e aperto nuove vie al teatro, ma ne sapranno di più quelle che, diversamente da me, questa letteratura l’hanno frequentata e la conoscono). ma io continuo a credere che oggi, a distanza di secoli, non abbia molto da dire (o, almeno, a me ha detto proprio poco). e continua a sembrarmi manchevole.

Barbara Ronca (Italy) ha scritto alle 19.20 del 23 febbraio 2009
intendevo proprio quello, chiarina. però devo dire che la difesa di elena mi ha convinta: io lo rileggo, cercando di non concentrarmi troppo sugli errori del traduttore e l’ovvia incompletezza strutturale, e poi vi dico – tipo domani, oggi è l’inferno lavorativo (!).
per la “provincialità” del testo: non riguardo a quest’opera in particolare, ma in generale, io non lo vedo come un difetto, anzi: io adoro la letteratura mitteleuropea, per dire (che naturalmente ho sempre frequentato solo in traduzione), fortissimamente legata a una specifica realtà geografica, culturale, polica, addirittura formale: e in moltissimi testi ho letto comunque la storia dell’umanità intera.
quindi ecco, direi che di per sé un testo non smette di sembrarmi universale perché è legato a una data realtà, ma per altri motivi (la manchevolezza di cui parli tu, tipo.)

Elena Doria ha scritto alle 11.34 del 25 febbraio 2009
ragazze, solo una cosa, aspetto che valentina abbia consegnato e intervenga per produrre la mia ultima arringa di difesa.

Barbara Ronca (Italy) ha scritto alle 22.49 del 25 febbraio 2009
io l’ho riletto, ma alla fine posso confermare che non mi ha convinto.
ora attendo l’arringa di elena!

Valentina Daniele ha scritto alle 14.58 del 27 febbraio 2009
carissime, provo a dire qualcosina, sperando di rianimare in questo modo le sinapsi fritte dal pessimo libro appena consegnato.
Woyzeck è un testo fondamentale, soprattutto per l’impatto enorme che ha avuto non tanto sui suoi contemporanei, ma sulle generazioni successive. nell’ottocento del grande romanzo borghese, in cui lo sviluppo psicologico dei personaggi si fa seguire quanto l’intreccio degli eventi, questo è un testo completamente fuori dal coro. lo stile da referto medico, l’apparente freddezza, quasi un effetto di straniamento diventeranno poi patrimonio degli espressionisti, dalla generazione travolta dall’orrore assoluto della prima guerra mondiale. büchner ci dice che quell’orrore assoluto, quel disagio senza nome (perché i poveri non hanno titolo per essere depressi, se sono matti li si fa fuori e basta senza stare a farsi tante domande) è ovunque, e in ogni epoca. […]

Valentina Daniele ha scritto alle 15.17 del 27 febbraio 2009
sorry, mi si è svegliato il pupo con la tosse.
ecco, le sinapsi non sono tornate a posto perché già ho dimenticato le altre trentasei cose che volevo scrivere, comunque tra le cose che mi affascinano di più della letteratura tedesca c’è proprio questo sguardo apparentemente gelido, straniante, comune ad autori anche molto lontani fra loro. oh, poi c’è poco da fare: se non piace non piace. e non perché non sia universale o non sveli una verità (personalmente non mi aspetto nessuna delle due cose da un testo letterario, per me nemmeno Shakespeare è universale), ma perché non tocca quella certa corda… per esempio sono convinta che elena con Grandi Speranze si farà due maroni così, mentre io già gongolo…

Chiara Manfrinato (Italy) ha scritto alle 0.11 del 28 febbraio 2009
quello che ha scritto valentina mi fa tornare in mente un pensiero che mi ha sfiorata mentre leggevo woyzeck. mi sono chiesta (e, di fatto, me lo chiedo ancora): quanto è importante conoscere una determinata storia letteraria per apprezzarne le opere? mi spiego, pure se – per dire – certe volte balzac mi annoia mortalmente, riesco a “digerirlo” perché lo inquadro in qualcosa di più grande, in qualcosa che va oltre balzac (potrei fare lo stesso discorso per altri scrittori francesi o inglesi).

Federica Aceto ha scritto alle 7.55 del 28 febbraio 2009
è ovvio che più si conosce il contesto e il contorno di un’opera più si è in grado di apprezzarla. ma sono tanti i livelli di godimento di un’opera d’arte. io penso che all’epoca dell’università woyzeck mi era piaciuto così tanto anche perché ero immersa nella letteratura tedesca fino al collo. il problema sorge se per apprezzarla c’è solo quel canale. se per capire e apprezzare un’opera bisogna sapere cosa c’è prima e cosa c’è dopo per me (e ripeto PER ME) è un’opera monca. la divina commedia ha vari livelli di lettura: storiella, racconto storico, iniziatico, mitologico, simbolico. più si sa e più la si apprezza. è un grattacielo e ci si può fermare a ogni piano trovandoci cose interessanti. anche al piano terra, per dire. il motivo per cui non riesco ad apprezzare molta arte contemporanea è il fatto che è incastrata in un contesto di rimandi ad altre opere d’arte e dà una soddisfazione puramente intellettuale al fruitore. e ben venga la soddisfazione intellettuale. ulisse di joyce, che io ho adorato fino a sceglierlo come argomento della mia tesi, è pieno di questo genere di gratificazione per il lettore: capisco la cosa difficile, riconosco la citazione velata; oppure: vedo quest’opera inserita in quel dialogo di secoli che è la letteratura anglofona, o anche la letteratura europea, e sono felice, perché la so inquadrare, e quindi dico che mi piace. ma se ulisse fosse stato solo quello mi avrebbe fatto orrore, credo. (parlo per la me stessa di 15 anni fa, magari oggi ulisse non mi piacerebbe più).
dipende da quale è il nostro piano di lettura privilegiato. la soddisfazione intellettuale per me sta diventando uno degli ultimi piani che vado a visitare nella costruzione artistica. non perché la ritenga inutile, è importantissima, ma regge solo se reggono e sono ben tenuti anche gli altri piani. sennò crolla tutto.

Chiara Manfrinato (Italy) ha scritto alle 12.11 del 28 febbraio 2009
io sottoscrivo ogni singola parola di federica.
qualche tempo fa, per esempio, mi sono trovata a soffrire perché mi sembrava di aver perso la purezza come lettrice. cioè, quando leggevo qualcosa, non riuscivo a svestirmi di una serie di sovrastrutture (chiamiamole pseudo-critiche). poi, grazie a dio, ho recuperato quella purezza, almeno in parte. poi, io sono una lettrice molto di pancia, se così posso dire. il mio godimento è istintivo, viscerale e quando manca questo aspetto non riesco a trovare gratificazione, pur esplorando eventuali altri piani.

(ps: non so voi, ma io adoro questo gruppo)

Barbara Ronca (Italy) ha scritto alle 16.23 del 28 febbraio 2009
anche io d’accordissimo con federica. io, però, a differenza (forse agli antipodi?) di chiara manf sono invece un critico dentro: per dire, sono laureata in critica letteraria e letterature comparate, sviscerare un’opera letteraria in senso anche puramente intellettuale, sezionarla, contestualizzarla, mi provoca godimento puro.
come in ogni cosa non amo ovviamente gli eccessi: chi a questo bisturi mentale ci si lega troppo diventa arido, accademico, sterile: e ne ho conosciuta, di gente così. c’è chi vive di pancia l’impatto puro dell’opera, come chiara, e chi come me sente suonare le campane quando con l’opera ha un impatto “mediato” : io spesso non capisco certi libri se non li “smonto” secondo la mia attitudine da critico letterario: quando l’ho fatto, loro mi appaiono in tutta la loro bellezza.

per questo ritengo quel che dice federica sui più piani e anche quel che dice elena sul contestualizzare l’opera bellissimo, importante: perché io sono una che il grattacielo se lo fa sistematicamente, passetto passetto, un piano dopo l’altro.
anche io, per dire, penso spesso che, se non avessi una certa passione e quindi volontà di scoperta, di studio, nei confronti della letteratura esteuropea e ceca in particolare, forse il mio adoratissimo hrabal lo considererei solo un vecchio pazzo che cianciava di cose senza senso.

Elena Doria ha scritto alle 22.38 del 28 febbraio 2009
la mia arringa finale comincia? non so dirvelo se lo sarà. vado in ordine sparso. Woyzeck non può essere letto. va visto a teatro. a me e vale, tanti anni orsono, è capitato. da qualche parte devo ancora avere la presentazione della compagnia che lo mise in scena al teatro ateneo. dimenticato tutto: nome, città di provenienza ecc.ma non ho dimenticato una frase con cui la compagnia si presentava: “noi che ci innamoriamo sempre delle persone sbagliate” e non ho dimenticato che il pubblico (posti limitatissimi) sedeva intorno alla scena.
è un ricordo bello, fu un’emozione fortissima, uscimmo che sembravamo due fantillate (parola che usava mia madre e che vuol dire: eccitatissime, un po’ fuori di testa) [continua]
Büchner non perde un colpo: fa parlare woyzeck come un soldato, il capitano come un capitano e il dottore come un dottore della società tedesca prima del 1848, in piena restaurazione. e li prende in giro tutti. li mette in ridicolo. (mai sottovalutare l’umor nero dei tedeschi, dei tedeschi “altri”).
a domani, devo smettere adesso.

Elena Doria ha scritto alle 18.40 del 1 marzo 2009
arringa finale: sono contenta di averlo riletto e di essermi chiesta se mi piace ancora. mi piace. tocca più di una corda interiore. l’eroe della tragedia, non è un eroe, ma un assassino. la principessa è una ragazza madre e vuole ballare e bere vino indossando gli orecchini d’oro. il medico non guarisce ma causa la malattia e il capitano non comanda nulla, preferendo perdersi in fantasie erotiche guardando le sottane che camminano per strada.
insomma se non è almodovar, ci siamo quasi.

grande rivoluzionario mancato, büchner è, a mio modestissimo parere, ancora attuale. per il metodo con cui lavorava (si metteva a leggere, studiava _il fatto_, prima di scrivere), per le capacità linguistiche, i suoi personaggi parlano come parlerebbero fuori dal palcoscenico, per la scelta del soggetto, una storia da bassifondi. e per la struttura inevitabilmente aperta del frammento: non suggerisce risposte, semmai pone domande. e a me _questo_ piace. tanto.

2 pensieri su “Woyzeck

  1. che bella discussione!
    Mi avete fatto venire voglia di leggere questo libro, nella biblioteca di paese c’è la traduzione di Magris, domani sarà fra le mie mani!

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